Atimanushastavah
Un inno della tradizione Śrī Vaiṣṇava che celebra le incarnazioni (avatar) di Viṣṇu, specialmente Rāma e Kṛṣṇa, esaltando le loro gesta divine e la loro natura trascendente.
Versi
Il secondo inno del Pañcastavyā, l'inno sul Signore sovrumano. Sia prosperità. Omaggio al glorioso Hayagrīva. Omaggio al glorioso Rāmānuja.
Verso 1
Meditiamo sul manto di perle offerto a Colui che reca il segno di Śrīvatsa; le sue parole, sulla cima dei Veda, diventano un filo di buon augurio.
Verso 2
Chiedo in dono l'avatāra della gloria vaiṣṇava, che con il suo carattere, comportamento e aspetto sovrumani, con la sua forza e splendore che superano quelli degli dèi, ha oltrepassato ogni somiglianza con il mondo.
Verso 3
I raggi che stillano dai suoi piedi di loto, simili a un torrente di nettare, diffondano il bene; essi, generati da quella dolce melodia dei Veda, sono riconosciuti come fonte di gioia per la dimora suprema della beatitudine che risiede nel sacro recinto di Śrīraṅga.
Verso 4
Avendo ottenuto facilmente, grazie all'amore nato dal dimorare nel cuore del saggio Śrī Parāṅkuśa, la dolcezza dell'affetto per lui, anche ora, con quel sentimento d'amore che da lui scaturisce incessantemente, innalziamo il loto dei piedi di Śrīraṅgarāja.
Verso 5
Mi rifugio nella coppia dei piedi di Śrīraṅgin, che all'interno sono adornati con vajra, bandiera, uncino, vaso di nettare, parasole, loto e altri segni, e che all'esterno, dal piede fino alla cima, risplendono di una luce senza ostacoli.
Verso 6
Lodiamo i piedi di Śrīraṅgaṅgarāja; di essi, uno solo, nell'atto del trivikrama, calpestò tutta la terra con le sue montagne, rendendola come sabbia sparsa con grossi ciottoli, livellando le alture e le bassure.
Verso 7
O Signore, avendo assunto in pienezza le sei qualità – conoscenza, forza, potestà, signoria, virilità e splenore – che apparvero nel triyuga, con quatrro forme hai colmato di suffissione, per amore, il tuo devoto.
Verso 8
Poiché, o Dio, la tua dimora è eterna, priva di difetti e insuperabile, sede di virtù sempre fauste, proprio per questo nei Veda si proclama che qui essa ha una forma che comprende l'universo, eppure la chiamano anche priva di parole e di forma.
Verso 9
Colui che è fatto di parole e di difeti è qui oggeto dei sensi; tu, che hai potenza contraria a ciò, sei al di là dei sensi. Perciò, ahimè, non hai alcuna visione, eppure proprio per questo non sei oggeto né di parole né di intelletto.
Verso 10
Così stando le cose, il mezo di ricorrere a te non si poteva ottenere con alcun metro, se non fossi disceso, per tuo libero volere, in forme come quelle dei mortali e degli uomni.
Verso 11
O Signore, unico oceano di misericordia! Chi è mai colui che ha assunto questa natura? Per un'umile creatura nel mezzo del guscico del mondo, eppure per un essere anche piccolissimo, tu, il perfeto, discendendo qui, sei diveuto visibile agli occhi.
Verso 12
Colui che hai sollevato da un grande peccato e che è diveuto purificato dalla testa dall'acqua dei tuoi piedi, tu lo lodi e poi gli chiedi un dono – ahimè, questo tuo gioco ha segni straordiari.
Verso 13
La tua māyā, che è l'accompagnamento di questo tuo gioco, ahi! chi non ne viene ingannato? O tu che hai il corpo di un uomo-leone, anche Śiva, diveendo uno śarabha, di fronte a un raggio del tuo splendore divenne una farfalla.
Verso 14
Colui che durante la distruzione di Tripura hai assunto come tuo sé, e che, con la freccia rafforzata dal tuo potere, risultò vittorioso, proprio da colui tu fosti vinto nel sacrifio di Dakṣa; ma nel suo caso è giusto che ci sia libertà di azione secondo le circonstanze.
Verso 15
Il tenero infante, sdriato su una foglia di banyano con un corpicciolo sottilissimo, eppure sostieni l'universo intero in pieno fiorimento. O Signore, questa tua potenza inspiegabile, senza alcun velo, la manifesti qui discendendo?
Verso 16
L'essere contato insieme a Brahmā e Śiva è come essere contato nella fila del sole; il fato di essere frl'ello minore di Indra per essere nato da Aditī; eppure la nascita nelle dinastie di Ikṣvāku e di Yaduv, ahimè, queste sono gloriose per la dimora suprema senza eguali.
Verso 17
I tre mondi sono da te creadi e dimorano nel tuo ventre, ma senza di te come potrebbero essere otentui con l'elemosina? Se tu non ti fossi mosso in mezzo a loro, come potrebbero gli inni vedici essere rispledenti delle tue gesta di trivikrama?
Verso 18
Ti chiedo una cosa: quando eri Rāma, per la semplicità umana fosti tratto in inganno dal cerbio magico, e angosciato per la separazione da Sīta, senza conoscere la sua sorte, come potesti allora concedere la liberazione suprema a un altro – e non a te stesso?
Verso 19
Tu che puoi e sai come incamminare sulla via della liberazione anche un animale come Jaṭāyu, pur essendo egli non tocco dalla morte e seguace della via dello yoga senza interruzione, perché allora, o Signore, fosti così afflitto nel cercar invano di riconquistare la Dea?
Verso 20
Senza vergogna, tu con un solo dardo abbattesti sette alberi di sala, montagne e persino i mondi sotterranei, ma poi, stanco per aver colpito uno di essi e spinto da una scimmia affaticata, perché ti servisti di un'altra scimmia come alleato?
Verso 21
Colui che divenne tuo servo ed amico, il re delle scimmie, volendo uccidere per ira la scimmia sua nemica, con mente turbata dall'amore per te, tu, confidandolo, all'istante trapassasti alberi di sala e montagne.
Verso 22
Oppure, uccidesti il cerbio come un cacciatore, segendo la via della caccia, non con l'intenzione di uccidere un nemico. Ciò è adatto a te, o discendente di Raghu, poiché gli animali non sono mai trattati come aversari.
Verso 23
Intraprendesti un comportamento umano, ma, o Signore, perché mai compisti azioni divine, come quella di legare un ponte nell'oceano con rocce lanciate da scimmie ispirate?
Verso 24
Con la tua forza, ornamento della tua umanità, vinesti il dio Varuṇa, o Signore non nato; eppure, dopo aver fatto un dono a Daśaratha e ricevuto lodi da dèi come Brahmā e Rudra, fosti vinto da Indrajit.
Verso 25
Non attraversasti l'oceano, non vincesti il re dei Rākṣasa, né conoscesti la sua forza e debolezza, eppure, senza esitazione, all'istante, insediasti suo fratello Vibiṣaṇa sul suo trono – come è possibile?
Verso 26
Tu, dimorando sulla riva dell'oceano meridionale, ben lontano dalla grande isola dell'oceano settentrionale, perché, stando a Laṅkā, non riduci in cenere i demoni, che pure sono una facile preda per un solo tuo dardo?
Verso 27
Spiegami come mai colui che fu da te agitato, abbandonando la sua natura nota nei tre mondi, si trasformò in cavalli, ninfe, veleno, nettare, luna, albero del paradiso e fortuna?
Verso 28
O eroe di Raghu, vedendo in battaglia il nemico colpevole di tale offesa, lo risparmiasti con ingenuità, dicendo "riposati". Quale virtù è mai questa? In quale categoria si colloca? Quanto è grande? Di quale lode è oggetto? Ahimè, di quale essere è fondamento?
Verso 29
Il fatto che Lakṣmaṇa, tuo fratello minore, affascinato dal potere del nemico, divenne maggiore del guru del nemico stesso e minore di Hanumān, rivela bene la confusione causata dalle armi magiche di Indrajit che legavano.
Verso 30
Ahimè, ahimè! Quando mai la coppia dei tuoi piedi di loto diverrà oggetto dei miei occhi? Io, che ho trascorso il mio tempo tra alberi ed erbe che emettevano tenebre senza freno, eppure facile da raggiungere.
Verso 31
Desideroso di onorare la dinastia di Raghu, sei disceso qui e hai piovuto con i fiumi delle tue virtù divine; proprio come gli alberi, che traevano frescura dalla tua vicinanza, soffrivano d'arsura nella tua assenza.
Verso 32
Coloro che mai ebbero il diritto di praticare il dharma, di esercitarsi nello yoga o di conoscer qualcosa, anch'essi, solo col profumo del tuo agire sulla terra, superarono i legami e furono condotti alla meta suprema – persino erba e simili.
Verso 33
Tale fu la tua natura come Rāma: colui che giorno dopo giorno godeva delle tue gesta, egli, Hanumān, qui sulla terra, avendo rifiuto la liberazione suprema con la sua intelligenza, serve ora le tue gesta.
Verso 34
Poiché perdonasti con grandissima misericordia il corvo colpevole ma devoto, comrprendo che perciò è giusto che anche un essere come me, sebbene grandemente colpevole, trovi conforto.
Verso 35
Pūtanā, il carro e la copppa di arjuna – nel tuo gioco infatile, pieno di scintille di altri fatti – essi, ahimè, trovarono la condizione di farfala. Colui che è nascosto crebbe a Vraja, temendo Kaṃsa.
Verso 36
Mentre i saggi vedono semre la tua dimora suprema, ove risiedi con la Dea Śrī nella gloria suprema, ricercato da coloro che si dedicano allo yoga, perché, ahimè, rubavi il burro a Vraja?
Verso 37
Colui che i saggi dichiarno semre difficile da raggiungere anche con la mente, distruttore di legami, supreme signore, lo sentimmo essre stato legato con una corda, e tu non fosti capazze di sciolglierla?
Verso 38
Ebbene, anche la tua infanzia, con i suoi giochi straordiari, in cui Pūtanā, il carro e la coppia di arjuna, con le tue azioni infantlii e l'aiuto di altri, ahimè, divennero come фаralle per il tuo potere.
Verso 39
Pur avendo in casa tua un'abbondanza di latte e latticini, perché rubavi il burro nelle case vicine? E rubandolo, perché allestivi il resto in un vasetto? E per di più, diventasti oggetto di scherno per le donne di Vraja?
Verso 40
O Signore, se rubasti il burro con l'intenzione di nasconderlo, perché, o ingenuo, dopo averne intinto il palmo della mano, lo asciugasti sul corpo e uscisti senza timore?
Verso 41
Yaśodā, non tollerando la tua offesa di aver rubato il burro in altra case, per amore ti legò con una corda. Ma tale tuo comportamento, gli uomini nobili non lo sopportano.
Verso 42
Madre, se sei legato con una corda, per coloro che ascoltano, con occhi pieni di lacrime, o Signore, perché leghi il cuore? Tutti mostrano la loro forza solo in ciò che è soggetto al controllo.
Verso 43
O Signore supremo, portando un volto bello, con riccioli affascinanti, puro, dagli occhi di loto, con il sopracciio arcuato, un sorriso gentile e il naso aquilino, nelle case dei pastori rubavi forse i cuori delle pastorelle o il burro?
Verso 44
Tutto è virtù per i virtuosi – questa è verità, poiché ciò che per altri è causa di impurità, per loro è pregio. Perciò, il vestire da pastore e il pastorare sono consierati qualità tra le qualità.
Verso 45
Sebbene esistessi per riempire la terra in modo nascosto come un pastorello, per la tua sventatezza infantile, dopo aver distrutto il sacrifico di Indra e sollevato il monte, perché restasti a darlo agli dèi con Indra?
Verso 46
O Signore del mondo, quando tu, amante del suono del flauto, purificavi con i tuoi passi Vr̥ndāvana, quali erano i sentimenti del suolo della foresta, sulla terra bagnata dal tuo canto?
Verso 47
Beati coloro che udirono allora, quando suonavi il flauto, quel canto per cui le pietre divennero liquide; e anche i cinque elementi – terra, acqua, fuoco, aria ed etere – cambiarono le loro qualità.
Verso 48
Non vi è alcuno più fortunato di loro – coloro che, con mente ansiosa di partecipare all'estasi del rāsa, alla fine del bosco, mentre il flauto stillava un torrente di gioia, i serpenti leccavano con la lingua i propri angoli della bocca.
Verso 49
Allora i beati videro te, dalla carnagione azzurra come nube, con occhi di loto allungati, con una ghirlanda di piume di pavone, con il flauto in mano, con il corpo abbellito da un abito da pastore, con tutti gli altri pensieri annientati.
Verso 50
Ancora oggi, ahimè, sono facilmente accessibili agli uomini virtuosi quei luoghi – il monte Govardhana, il fiume Yamunā, Vr̥ndāvana e l'antica città di Mathurā – che sono stati onorati dal cammino dei tuoi piedi.
Verso 51
Oh! Quanti esseri – dagli animali mobili e immobili fino ai vermi e all'erba – in quel tempo a Vr̥ndāvana non ottennero la nascita! Miseri e peccatori, quando mai troveremo rifugio ai tuoi piedi?
Verso 52
Ahimè, non ebbi nascita in quelle sabbie dove, nel rāsa, le giovinette pastorelle, separate da te, pur ardendo di passione, si abbandonarono all'impronta dei tuoi piedi, deponendovi il loro corpo.
Verso 53
Oh! Quegli alberi e quelle liane che, mentre raccoglievi fiori, toccarono i tuoi piedi di loto; anche oggi, i loro discendenti, la mia divinità familiare, Vr̥ndāvana e la mia mente, mi rendono degno.
Verso 54
Ciò che ti è caro è pio, tutto il resto è impio; non vi è altra distinzione tra i due. Il tuo gioco d'astuzia nel cerchio del rāsa, il cantarlo è considerato sommamente purificante.
Verso 55
La gloria che deriva dallo sterminare insetti come Kaṃsa non è vera gloria per te che hai vinto i tre mondi. Ma questo tuo atto di pastorizia, che intenerisce il cuore dei saggi, è il vero segno del tuo amore.
Verso 56
Sia nel mio cuore il Signore supremo, il cui ornamento è un abito da pastore, il cui nome è la meta suprema, al di là delle tenebre, che ha per segno una piuma di pavone e come sacro filo una corda, e i cui capelli sono impolverati dalla polvere della terra.
Verso 57
Se la tua fuga per paura del figlio di Jarā fu dovuta all'imitazione del comportamento umano, allora perché, o Signore dei tre mondi, maestro degli dèi, nelle battaglie di Bāṇa destasti Śiva?
Verso 58
Da dove viene quell'atto ingrato di chiedere a Śiva un figlio? Per il desiderio di un figlio, pregasti lui; e con mente distratta e incurante, ingannasti la città di Vārāṇasī, la città di Śiva.
Verso 59
Pur facendo rivivere il figlio morto di Uttarā e riportando il figlio di Sāndīpana da tempo morto, o riportando i figli del bramino dalla tua dimora, ahimè, come riportasti poi il tuo stesso corpo?
Verso 60
Ancora oggi non ho smesso di offenderti in tre modi; peccatore, sono caduto nell'oscurità senza fine. Così io, privo di rifugio, sono oggetto della tua misericordia; mi rifugio ai tuoi piedi.
Verso 61
Sebbene in me non vi sia fiducia in te, né fede nel significato delle parole proferite, tuttavia, o unico oceano di misericordia, per la sola tua compassione, rendi vera questa mia parola, detta una volta o più volte.
Verso 62
Anche se sono il più peccatore, degno del nome di "rifugiato", non è giusto che tu, o Signore, mi trascuri. Poiché esistono la tua conoscenza, potenza e misericordia, il mio peccato non può prevalere.
Verso 63
Così termina l'inno sovrumano nella Pañcastavyā.
Verso 64
Worship Guidelines & Chanting Benefits (Phalashruti)
Daily or auspicious lunar days (Ekadashi, Purnima, Pradosham)
Brahma Muhurta (4:00 AM – 6:00 AM) or Evening Dusk (Sandhya)
Ghee lamp (Deepa), Incense (Dhoopa), Fresh flowers & Water offering
- Peace of mind, spiritual upliftment, and harmonious energy in the home
Contesto
Questo testo fa parte del Pañcastavī, una raccolta di cinque inni composta dal grande maestro Śrī Vaiṣṇava Vedānta Deśika nel XIV secolo. L'Atimānuṣa Stava viene tradizionalmente recitato come meditazione sulle forme sovrumane del Signore, ed è particolarmente caro ai devoti per la sua profondità teologica e poetica.
Su questo Testo
Composto da: Kuresa (Koorathalvar)
Lo sapevi?
Autore e collocazione
Questo inno è il secondo dei cinque che compongono la Pañcastavyā, opera del grande maestro Śrīvaiṣṇava Parāśara Bhaṭṭar (XII secolo). Le invocazioni iniziali a Hayagrīva e Rāmānuja rivelano subito la tradizione di appartenenza: quella dei fedeli che seguono l'insegnamento di Rāmānuja, incentrato sulla devozione (bhakti) e sulla grazia del Signore.
Struttura e stile
Composto in sanscrito classico con metri elaborati, il Atimānusa Stava (Inno al Superumano) è una serie di 63 versi. Ogni strofa gioca sul contrasto tra la natura trascendente del Signore e le sue azioni apparentemente umane nei vari avatāra (come Rāma e Kṛṣṇa), creando un effetto di stupore e meraviglia devozionale.
Temi principali
L'inno esplora il paradosso divino: come il Signore onnipotente possa piangere per Sītā (vv. 18-19), farsi legare da Yaśodā (vv. 40-42) o rubare il burro (vv. 38-39). La risposta è che tutto fa parte della sua līlā – il gioco divino – compiuto per attrarre e salvare le anime, dimostrando che la sua umanità è un velo della sua infinita misericordia.
Riferimenti epici e puranici
I versi citano episodi precisi del Rāmāyaṇa (la costruzione del ponte verso Lanka, il corvo Jayanta, la salvezza di Vibhīṣaṇa) e del Mahābhārata (la sconfitta di Śiva come Śarabha, v. 13). Anche la vita di Kṛṣṇa a Vṛndāvana è ampiamente presente, dalla danza rāsa all'uccisione di Pūtanā e alla sollevazione del monte Govardhana.
Significato spirituale finale
Gli ultimi versi (59-62) diventano una preghiera personale: l'autore si confessa peccatore e privo di meriti, ma si affida totalmente alla grazia del Signore, convinto che la misericordia divina sia più forte di ogni errore. Questo conclude l'inno con un tono di umile abbandono (śaraṇāgati), cuore della spiritualità Śrīvaiṣṇava.
Vishnu
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